SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora

Articolo tratto da SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora – di Paolo Bagnoli, edito da Mursia.

SCACCHI

Che assortimento di tipi si incontrava alla Régence, nella seconda metà del “secolo dei lumi”!

Potevate incontravi Voltaire, Diderot, Rousseau, Robespierre, oppure, nei rari momenti di riposo, il primo console Bonaparte, che giocava volentieri a scacchi, ma odiava perdere, o Verdoni, l’italiano, che sistematicamente alleggeriva le tasche di chi osava sfidarlo, o, qualche anno dopo, quel bel tipo di Deschapelles, che giocava in modo fenomenale a biliardo, nonostante fosse privo della mano destra, appassionato di backgammon, whist, dama, scacchi.

(Verdoni era uno dei più forti giocatori europei dell’epoca. Frequentatore del Café de la Régence di Parigi, nel 1775 fu autore, assieme ai francesi Bernard, Carlier e Leger, del “Traité Théorique et Pratique du jeu des Echecs, par une Société des Amateurs”, noto comunemente come Traité des Amateurs. Dopo la pubblicazione del libro Verdoni si trasferì a Londra, dove divenne un giocatore professionista al Parsloe’s Coffee House di St. James Place, prendendo il posto di Philidor. A quanto scrive William Lewis, Philidor usava dire: “(Verdoni) c’est le premier joueur en Europe apres moi.” Löwenthal lo considerava il virtuale campione del mondo dal 1795, anno in cui morì Philidor, fino al 1804, anno in cui Verdoni morì a Londra.)

Negli anni immediatamente successivi alla restaurazione monarchica, Deschapelles suscitò l’ammirazione dei frequentatori della Régence con i suoi virtuosismi scacchistici, che non erano, però, simili a quelli di Philidor; il gioco di Deschapelles era brillante, temerario, approssimativo, ma piaceva, e, soprattutto, vinceva.

Alexandre Louis Honoré Lebreton Deschapellles era, quindi, un professionista del gioco, e visse di “poste” per diversi anni, fino a quando, nel 1821, non venne invitato ad un “torneo a tre” a Saint Cloud, al quale avrebbero partecipato, oltre a lui, l’inglese John Cochrane ed il francese Louis Charles Mahé de Labourdonnais, allievo di Deschapelles e già a quel tempo forte giocatore.

Deschapelles diceva: “Non mi interessa prendere, difendere, attaccare. Voglio dare scacco matto e basta”, mentre Labourdonnais aveva una visione più scentifica del gioco, anche se i concetti philidoriani presenti nel suo gioco venivano spesso stemperati o cancellati dal romanticismo incalzante. Cochrane era un giovane avvocato inglese, di famiglia aristocratica, che avrebbe poi trascorso buona parte della sua vita in India.

Vennero giocate moltissime partite, e Deschapelles si rivelò praticamente imbattibile nelle partite a vantaggio (che lui adoperava), cosicché la riunione terminò con una vittoria di Deschapelles, che poté intascare la posta in palio.

Ci rimane un documento, ed è una delle poche partite giocate “alla pari” tra Cochrane e Deschapelles, ed è il francese che perde.

Leggiamo quello che ha scritto Paolo Bagnoli sul libro “SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora” edito da MURSIA nel 1978

“Anche questa partita è piena di ingenuità, per il lettore d’oggi, eppure vi si trovano elementi caratteristici del periodo romantico, che ricorreranno nella letteratura scacchistica dell’Ottocento: la quasi totale mancanza di difesa, l’attacco a tutti i costi, il mito dell’arrocco come elemento indispensabile del gioco (e del vantaggio derivante dal far perdere all’avversario tale possibilità; in questa partita la perdita dell’arrocco da parte del nero non è stata determinante, mentre è stato determinante il tatticismo su di essa imperniato), la scarsa analisi in fase di finale.

Deschapelles abbandonò gli scacchi, forse perché timoroso di dover ammettere la superiorità del suo allievo Labourdonnais; riprese a giocare una quindicina d’anni dopo, con risultati complessivamente soddisfacenti, ma il suo caratteraccio rimase lo stesso; morì nel 1847, a 67 anni.

Scomparso Deschapelles, Labourdonnais ne ereditò le “funzioni”. Era costantemente presente alla Régence, e giocava con chiunque avesse un franco da mettere in palio. Veniva stipendiato dal circolo in qualità di segretario, e nel ’33 pubblicò un trattato sul gioco, che dedicò a Deschapelles. Il suo gioco era un misto di idee philidoriane e di irruenza romantica, e lo fece assurgere a traguardi notevoli; oltre ad essere considerato per anni ed anni il miglior giocatore di tutta la Francia, Labouronnais andò in Inghilterra, a sfidare il leone albionico nella sua tana. Presso il Westminster Club di Londra, infatti, giocava Alexander MacDonnell, irlandese d’origine, funzionario della Compagnia delle Indie Occidentali, che veniva considerato il miglior giocatore di Londra (e, quindi, dell’intera Inghilterra).

Fu un match faraonico (88 partite!) articolato in 6 fasi; il risultato finale fu favorevole al francese (+44 =14 -30).”

Che dire di questo libro. Ci affidiamo alla PREFAZIONE di Umberto Eco:

  • … solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.

Umberto Eco, Elogio di Franti.

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