THE WOODPECKER METHOD

THE WOODPECKER METHOD

THE WOODPECKER METHOD è il libro di scacchi che Morvan Bruschi mi ha regalato nel recente torneo di Sogliano.

Il libro scritto da Axel Smith e Hans Tikkanen, edito da Quality Chess, è distribuito dalla libreria Le due torri di Bologna.

Nelle circa 390 pagine di cui è composto il libro, ci sono 1128 esercizi di scacchi suddivisi per difficoltà.

222 sono esercizi di livello facile. 762 sono esercizi di livello intermedio. 144 sono esercizi di livello avanzato.

THE WOODPECKER METHOD è una modalità di soluzione degli esercizi. In pratica gli autori suggeriscono di risolvere gli esercizi di scacchi in modo ciclico. Il praticante deve darsi un obiettivo:

  • Ad esempio risolvere 800 quiz in 3 settimane.
  • Oppure l’intera sessione di esercizi in 4 settimane.

Terminata la sessione di allenamento deve darsi un nuovo obiettivo, diminuendo il tempo impiegato per risolvere i quiz.

Il settimo ciclo di allenamento dovrebbe consistere nel riuscire a risolvere i 1128 esercizi in un solo giorno.

Hans Tikkanen è riuscito a risolvere tutti i quiz in 22 ore.

Nelle soluzioni alcune mosse sono marcate con un simbolo, a testimonianza che sono mosse significative. Per ogni simbolo che avete indovinato potete assegnarvi un punto. Ad ogni ciclo potete verificare se i vostri punti, che avete messo in carniere, sono aumentati.

Le posizioni sono tratte da partite giocate dai Campioni del Mondo di Scacchi.

Gli autori ritengono sia importante che uno scacchista riesca a ricordare l’intera cronologia dei:

World Chess Champions

  1. Wilhelm Steinitz (1836-1900) Austria-Ungheria/Usa 1886-1894
  2. Emanuel Lasker (1868-1941) Germania 1894-1921
  3. Jose Raul Capablanca (1888-1942) Cuba 1921-1927
  4. Alexander Alekhine (1892-1946) Russia/Francia 1927-1935 1937-1946
  5. Max Euwe (1901-1981) Olanda 1935-1937
  6. Mikhail Botvinnik (1911-1995) Unione Sovietica 1948-1957 1958-1960 1961-1963
  7. Vassily Smyslov (1921-2010) Unione Sovietica 1957-1958
  8. Mikahil Tal (1936-1992) Unione Sovietica 1960-1961
  9. Tigran Petrosian (1929-1984) Unione Sovietica 1963-1969
  10. Boris Spassky (1937-) Unione Sovietica 1969-1972
  11. Robert James Fischer (1943-2008) USA 1972-1975
  12. Anatoly Karpov (1951-) Unione Sovietica/Russia 1975-1985 1993-1999
  13. Garry Kasparov (1963-) Unione Sovietica/Russia 1985-93 1993-2000 (PCA)
  14. Alexander Khalifman (1966-) Russia 1999-2000
  15. Vladimir Kramnik (1975-) Russia 2000-2006 (PCA) 2006-2007
  16. Viswanathan Anand (1969-) India 2000-2002 2007-2013
  17. Ruslan Ponomariov (1983-) Ukraina 2002-2004
  18. Rustam Kasimdzhanov (1979-) Uzbekistan 2004-2005
  19. Veselin Topalov (1975-) Bulgaria 2005-2006
  20. Magnus Carlsen (1990-) Norvegia 2013-

Osserviamo qualche esempio di esercizi facili-intermedi-avanzati.

Esercizio facile 1

Steinitz-Baker, Londra 1868 (simultanea)

Il nero muove e vince
1. … f3! 2. Dxf3 Txc4 il nero conquista un pezzo. Attenzione: 1. … Txc4? 2. Dxc4 f3 3. Dxf1! ed il bianco si salva.

Esercizio facile 2

Thomas-Lasker, Nottingham 1936

Il nero muove e vince
1. … Txe5! 2. Dxe5 Df3+ 3. Rg1 Dxd1+ 4. Rg2 Dd7 il nero ha conquistato un pedone. Probabilmente la partita è ancora patta ma, tra umani, in torneo il nero ha vantaggio.

Esercizio facile 3

Viakhirev-Alekhine, corrispondenza 1906

Il nero muove e vince
1. … Dg2+ 2. Txg2 fxg2#

Esercizio intermedio 1

Gavilan – Capablanca, Havana 1901

Il nero muove e vince
1. … Axh3 minacciando lo scacco di scoperta Ag4+ che guadagna la regina in e2. 2. gxh3 Dxh3+ Se 3. Rg1 Dxg3+ 4. Rh1 Dxd3 il nero guadagna pezzo e due pedoni. Se 3. Ah2 Cxd3 il nero guadagna due pedoni e continua l’attacco.

Esercizio intermedio 2

Euwe – Reti, Amsterdam 1920 (prima del match)

Il nero muove e vince
1. … Axg2+ 2. Rxg2 Df2+ 3. Rh3 Df3+ 4. Rh4 Af2+ 5. Rg5 h6 6. Rf5 Dh5#

Esercizio intermedio 3

Botvinnik – Kagan, Leningrado 1926

Il bianco muove e vince
1. Cxe4 Txc2 2. Dxc2 Ad una qualsiasi cattura in e4 segue 3. Dxc8+ con matto a seguire. Al nero si consiglia di muovere l’alfiere ed il bianco ottiene netto vantaggio piazzando il cavallo in c5 o con la manovra Cd2-f3-e5.

 

Esercizio avanzato 1

Lilienthal – Smyslov, Leningrado/Mosca 1939

Il bianco ottiene un vantaggio
1. Cxb5!? cxb5 2. Ac7 Dd7 3. Af5 Cf6!! La partita continuò con 3. … Ce6?! 4. Axh7+ con leggero vantaggio del bianco. 4. Axd7 Axd7 Il nero guadagna un terzo pezzo per la regina, in quanto il bianco non riesce ad evacuare la colonna (c) 5. Aa5 Tac8 6. Cc3 b4 7. f3 bxc3 8. Axc3 con gioco complicato. Il computer dice che il bianco ha un leggero vantaggio, ma spesso sovrastima il valore della regina. Gli autori dicono che per ogni prima mossa che non perde nulla potete aggiudicarvi un punto. Se avete visto la linea in cui il nero guadagna il terzo pezzo potete aggiungere 1 punto al vostro personalissimo tabellino.

Esercizio avanzato 2

Borisenko – Tal, Leningrado 1956

Il bianco ottiene un vantaggio
1. Cxe6! Dxd1 Se 1. … fxe6 2. Dxd7 Cxd7 3. Axe6+ il bianco conquista due pedoni. 2. Tfxd1 Tc2! Se 2. … fxe6 3. Axe6 Rh8 4. Axc8 il bianco ha torre e due pedoni per due cavalli. In questo genere di posizione aperta, specialmente senza possibilità di piazzarli in avamposti, i cavalli sono inferiori a torre e pedoni. Inoltre, il bianco penetrerà con la torre lungo la colonna (c). 4. … Txc8 5. Tac1 Txc1 6. Txc1 il nero sarebbe a posto se avesse il re in d7, ma in questa posizione il bianco riesce a penetrare con la torre. 3. Axf6 Axf6 4. Cxf8! Axa1 5. Txa1 Rxf8 6. Ad5 con vantaggio del bianco.

Esercizio avanzato 3

Spassky – Petrosian, Mosca 1955

Il bianco muove e vince
1. Td7! La partita terminò patta dopo 1. Dxh7? Cxh7 2. Td7+ Dxd7 3. cxd7. Gli alfieri di colore contrario favoriscono i giocatori che hanno una posizione attiva, come in questo caso ha il nero. Egli userà la sua maggioranza sul lato di re e avrà pieno compenso dopo 3. … Ag7. 1. … Dxd7 dopo 1. … Cxd7 2. Dxh7 il pedone e5 è destinato a cadere. 2. Txe5+ Se il re si muove il bianco cattura in f8 con scacco, quindi la replica è forzata. 2. … De6 3. Txe6+ fxe6 la regina bianca è ancora intrappolata in h8, ma risorgerà grazie alla promozione del pedone. 4. c7! Txh8 5. c8=D ed il bianco vincerà facendo razzia sul lato di donna.

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Il buon senso negli scacchi

Il buon senso negli scacchi

Il buon senso negli scacchi è un libro scritto dal secondo Campione del Mondo di scacchi.

Nella Primavera del 1895 Emanuel Lasker concesse 12 lezioni di scacchi ad un pubblico di scacchisti londinesi. Il libro ne è la loro trascrizione sintetica.

Federico Cenci è il traduttore in italiano della versione inglese “Common Sense in Chess”. In pratica vi è un libro nel libro.

Emanuel Lasker è stato il fautore del concetto di “lotta” applicato agli scacchi. Nelle sue partite andava a volte in posizione inferiore, con tenacia riusciva a destabilizzare la mente dell’avversario, riuscendo a sovvertire l’esito dell’incontro.

Tra amatori capita spesso di fare errori, ed è grazie alla capacità di resistenza che si riesce a recuperare. Il libro è un valido per capire come dovrebbe essere condotta la battaglia.

Inoltre Lasker consiglia di prendere quanto da lui scritto con senso critico. Così come fu consigliato dal suo istruttore a Garry Kasparov: “Non fidarti del giudizio degli altri, fai sempre un analisi personale della posizione”, quasi un secolo prima Lasker consigliò ai suoi studenti di leggere il libro adottando il giusto mix di scetticismo e scrupolosità nella verifica di quanto scritto.

Nel corso della prima lezione viene messa in evidenza la debolezza delle case f2-f7 nelle prime fasi dell’apertura. Nella seconda parte viene posta attenzione sulla casa h7. E’ una lezione molto utile per i giocatori della Difesa Francese. Vi è una trappola in apertura che è bene conoscere. Nelle prime fasi della mia carriera scacchistica vi sono caduto, poi l’ho fatta mia usandola a mio vantaggio.

La seconda e la terza lezione sono incentrate sugli sviluppi della Partita Spagnola. Lasker è un fautore di 3. … Cf6 e mette in luce gli svantaggi di 3. … a6. Un secolo di storia è stato speso per giustificare 3. … a6 da parte del nero e ancora oggi si ritiene che il bianco esca dalla fase di apertura con un leggero vantaggio. Anche se gli amanti dell’Attacco Marshall sembrano sul punto di aver trovato la via per arrivare ad un pareggio. Comunque l’attuale Campione del Mondo Magnus Carlsen seguendo i consigli di Emanuel Lasker ha inserito nel proprio repertorio 3. … Cf6.

La quarta lezione ha per oggetto il Gambetto Evans. Viene presa in esame la ritirata dell’alfiere in a5. In primo luogo si mostra quanto sia difficile l’attacco del bianco sulla immediata 6. d4, in seconda analisi viene messa in evidenza la bontà di 6. 0-0. Chi si avvicina agli scacchi dovrebbe analizzare con cura la partita Sempreverde giocata a Berlino nel 1852 tra Anderssen e Dufresne.

Il Gambetto di Re è trattato nella quinta lezione. Lasker giudica giocabile 3. Cf3, mentre bolla come scorretta 3. Ac4. Reputa il Gambetto di Re un trucchetto da bar. Il piacere degli occhi è soddisfatto dai commenti alla partita Immortale, giocata nel 1851 da Anderseen e Kieseritzky.

Nel corso della sesta lezione a Lasker fu chiesto di analizzare i giochi chiusi. Presentò la Difesa Francese che rientra propriamente nei giochi semichiusi. Criticò aspramente alcune linee che furono poi teorizzate negli anni a venire, ma non mancò di evidenziare come il gioco del nero debba basarsi sulla spinta di reazione c5. Come terza mossa suggerì al bianco 3. Cc3 alla quale consigliò di replicare con 3. … dxe4. L’idea di Winawer venne rielaborata qualche decennio più avanti e come nell’Attacco Marshall vi è chi preferisce avere il pedone di vantaggio e chi preferisce tenere l’iniziativa.

La settima e ottava lezione sono incentrate sull’attacco. Dopo un’esposizione di come si dovrebbe condurre una battaglia, si analizza quella che è forse la più famosa partita giocata da Lasker. La Lasker – Bauer giocata ad Amsterdam nel 1889 in cui il professore sacrifica ambo gli alfieri sulle case h7 e g7. Seguono analisi di partite giocate da Shulten, Paulsen, Morphy, Steinitz, Zukertort, Noa, Tarrash, Blackburne.

La difesa è il tema della nona lezione. Vengono elencati principi semplici da seguire, come fare attenzione alla difesa del pedone g ed h, al non avanzarli anche se l’avversario staziona fastidiosamente con i suoi pezzi intorno all’arrocco. Seguono delle partite dimostrative e Lasker si dimostra gentleman mostrando alcune posizioni tratte dal suo match con Steinitz in cui viene mostrata la forza del primo Campione del Mondo di scacchi. In questa fase del libro Lasker enuncia per la prima volta un grande numero di varianti. Egli infatti sostiene che in apertura bisogna evitare di imparare tutto a memoria e che sia da privilegiare il seguire alcuni principi cardini. Anche l’attacco per lui è una questione naturale, un evolversi della posizione in cui anche l’intuito gioca la sua parte. Ma la difesa è un arte più profonda, bisogna calcolare bene tutte le sottigliezze se si vuole respingere l’attacco più insidioso.

La decima, l’undicesima e la dodicesima lezione sono un concentrato di studi sui finali. Viene messo in evidenza come il re in finale sia un pezzo forte. Lasker propone alcune posizioni che non sono trattate in altri libri. Facciamo un esempio:

Il bianco muove e vince.

Nella posizione del diagramma Lasker vuole esplicitare quello che lui chiama “principio dell’esaurimento”. Ai giorni nostri noi lo chiamiamo “concetto delle mosse di riserva”. In questo capitolo sono presi in considerazione il valore dei singoli pezzi. Lasker spiega quali sia meglio possedere in base alla situazione dei pedoni presenti sulla scacchiera.

Il buon senso negli scacchi si conclude con un appendice: Emanuel Lasker – Il gioco del futuro. Un articolo apparso nella North American Review#186 (Settembre/Dicembre 1907).

Cliquot

Il buon senso negli scacchi è edito dalla casa editrice Cliquot. Se lo volete ordinare online fate presente che avete letto questo articolo e riceverete uno sconto in base al numero di copie che ordinerete.

Tra i soci che hanno partecipato al Torneo Sociale 2018, sarà premiato il vincitore della partita più bella del torneo con una copia de Il buon senso negli scacchi. Gli interessati possono già consultare le partite giocate ed a breve riceveranno notizia sulle modalità in cui potrà essere effettuato il voto.

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Alexei Shirov – Fuoco e Fiamme sulla scacchiera

Alexei Shirov

Fra i grandi campioni che hanno dominato la scena agonistica a cavallo fra la fide del xx e l’inizio del xxi secolo, arrivando a più riprese ad insidiare la supremazia di Garry Kasparov, il nome di Alexei Shirov è uno dei più noti e amati fra gli appassionati di scacchi di ogni livello. La popolarità del grande maestro lettone poi naturalizzato spagnolo è dovuta, prima ancora che alla sua personalità schietta e generosa, al suo stile di gioco, sempre aggressivo, basato su un’esasperata ricerca dell’iniziativa (anche a costo di sacrificare grandi quantità di materiale) e su una capacità tattica e di calcolo con pochi uguali al mondo; un cocktail esplosivo in grado di creare problemi di difficile soluzione per qualunque avversario, ma anche combinazioni che puntualmente strappano l’applauso degli spettatori. Non sorprende che il leggendario Mikhail Tal, compatriota di Shirov, sia stato uno dei primi a riconoscere le potenzialità di quel giovanissimo talento in erba che sarebbe poi diventato il suo erede.

Shirov Vs. Piket – Wijk aan Zee 2001

Difesa Russa

I commenti a questa partita sono basati sulle note redatte per l’informatore 80 mentre il testo è stato inserito durante la stesura del libro:

Alexei Shirov

Fuoco e Fiamme sulla scacchiera

1997-2005

Alexei Shirov

L’edizione di Wijk aan Zee del 2001 per me è caratterizzata dallo strano andamento dei miei risultati. Dopo otto turni conducevo con sicurezza la classifica avendo registrato 6 punti e 1/2, poi persi con Kasparov, ma quasi mi rifeci subito al decimo turno pattando con Anand dopo aver mancato la vittoria. Alla fine, il disastro completo: due altre sconfitte e una patta all’ultimo turno contro Morozevich.

Terminato il torneo, cercai di capire le ragioni del mio collasso nelle ultime partite; oggi penso che si sia trattato semplicemente di stanchezza fisica, che per la prima volta in tanti anni prese il sopravvento su di me. L’unica conclusione che si può trarre è che, quando un giocatore si avvicina alla trentina, deve prestare la massima attenzione a dosare le energie.

Giocai molte belle partite nei primi dieci turni, ma questa è quella che mi piace di più.

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Smyslov-Korchnoj, Mosca 1952

Oggi analizziamo la partita Vasilij SmislovViktor Korchnoj. La partita è presente nel libro “50 vittorie con il nero” edito da Caissa Italia. Il libro è parte della eredità scacchistica lasciatami dal Maestro Andrea Magalotti.

Nel 1952 Viktor Korchnoj ottenne per la prima volta il diritto a partecipare al Campionato sovietico, una manifestazione che non aveva alcunché da invidiare a qualsiasi altro torneo di Grandi Maestri e che, quanto a combattività, non aveva uguali nell’agone internazionale. Questa partita è il suo esordio in quel campionato. Il suo avversario era un giocatore leggendario, che a diciassette anni nel 1938 era diventato Campione di Mosca e che nel 1957 sarebbe diventato Campione del mondo per un anno vincendo il match contro Mikhail Botvinnik.

50 vittorie con il nero

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Restrizione e Blocco – Aaron Nimzowitsch

restrizione e blocco

Dopo avere letto “Il mio sistema” ho proseguito la lettura con “La pratica del mio sistema”.

Ascoltiamo quello che ci propone Nimzowitsch a pagina 55 del suddetto libro.

Mediante la strategia di restrizione e blocco, come con quella di centralizzazione, si possono ottenere ottimi risultati, ed io perciò ne raccomando vivamente l’impiego a tutti i giocatori, senza distinzione di categoria!

E’ sorprendente come spesso accada che un giocatore di categoria inferiore applichi la strategia di blocco con maggiore disinvoltura e spregiudicatezza di un giocatore di prima categoria.

Quanto detto vale specialmente per quanto riguarda la mia specialità: il “sacrificio di blocco”.

In questo caso il giocatore di prima categoria, ormai incanutitosi nella smodata adorazione del vantaggio di materiale, fallisce assai più spesso del modesto apprendista di seconda classe.

Si osservi, a titolo di esempio, la seguente partita, giocata tra due dilettanti di seconda categoria.

Il conduttore del nero, il sig. Karl Jacobsen di Copenaghen, aveva iniziato a giocare da tre mesi ed era stato appena promosso in seconda classe.

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Il mio sistema – Aaron Nimzowitsch

il mio sistema

Su Torre e Cavallo del mese di Marzo il Maestro Riccardo del Dotto propone un interessante articolo sugli avamposti.

Nella prefazione alcuni GM bollano il Mio Sistema di Aaron Nimzowitsch come carta straccia.

L’avvento dei nuovi software sta rivoluzionando anche alcune idee di apertura.

La tattica ora la fa da padrona. Alcune idee ritenute troppo all’avanguardia sono ora giocabili.

Tuttavia ci sono principi intramontabili. Nimzowitsch ci ha permesso di perfezionare il gioco strategico.

Traiamo quindi da “Il mio sistema” alcune chicche che devono essere di dominio pubblico.

LA CATENA DI PEDONI

Dopo 1.e4 e6 2. d4 d5 3. e5 si è formata una catena di pedoni del Bianco e del Nero. I pedoni d4, e5, e6 e d5 sono i singoli elementi della catena; il pedone d4 deve essere considerato come base o piede della catena del Bianco, mentre al Pedone e6 spetta un ruolo analogo nella catena del Nero.

Chiamiamo quindi base l’elemento più basso della catena, sul quale poggiano tutti gli altri. Ogni catena di pedoni bianco-nera, e cioè una fila in diagonale di pedoni bianchi e una di pedoni neri appoggiate l’una sull’altra, divide la scacchiera in due metà, diagonalmente.

Catena di pedoni A

Catena di pedoni B

 

Siamo già a conoscenza della corretta strategia di gioco in presenza di una catena di pedoni.

Questo tipo di catene pedonali si possono verificare nel corsa della Difesa Francese o in caso di una Difesa Est-Indiana. Tali aperture sono intessute da temi tattici e strategici. Tutti orientati alla valorizzazione della propria catena pedonale.

Il nome di Nimzowitsch è sempre stato sinonimo, nel mondo scacchistico, di originalità e stravaganza. Questo sia per la sua personalità inquieta e ribelle, sia per il suo stile di gioco, estremamente rivoluzionario per i suoi contemporanei e ancor oggi stupefacente per la ricchezza di idee spesso paradossali.

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Enrico Paoli – Consigli a bambini e per tutti

Enrico Paoli

Conobbi Enrico Paoli alcuni anni fa. Era avversario del Maestro Mario Voltolini. Nel Campionato Italiano a Squadre di Scacchi. Serie B o serie C.

Quando intravide una combinazione i suoi occhi sfolgorarono. Il Maestro riminese la vide a sua volta. I due concordarono la patta.

Ho riesumato un altro libro dal magazzino della Biblioteca Comunale di Cattolica.

GIOCARE BENE PER GIOCARE MEGLIO

Lezioni di pratica scacchistica

Di Enrico Paoli – Edizioni Mursia

Ci sono molti concetti interessanti. Assolutamente attuali. Ne riporto alcuni.

Non giocare meccanicamente

Uno dei difetti più gravi, che lentamente prende piede nello scacchista che ha studiato e praticato sovente alcune aperture, è di giocarle automaticamente, quasi mossa su mossa in risposta all’avversario.

Nella mia lunga pratica, ho incontrato molti grandi maestri: anche nelle mosse cosiddette forzate, cioà dove proprio non c’erano assolutamente altre risposte, lasciavano passare almeno un paio di secondi prima di muovere.

E’ una buona abitudine che può evitare parecchi guai. Naturalmente qui non si parla dello zeinot, ove la principale preoccupazione è quella di giungere alla mossa limite prima che la bandierina vi abbia decretato la sconfitta.

Mani in tasca!

Tarrash ripeteva:

Bisogna sedere sulle mani!

Io ho raccomandato molte volte a neofiti di tenere le mani in tasca. Talvolta bastano quei pochi secondi per tirarle fuori, prima di fare la mossa, per accorgersi che si sta per cadere in un trabocchetto o per commettere una sciocchezza e fermarsi a tempo.

Il GM Kotov raccomandava:

Quando il calcolo delle varianti è stato ultimato, bisogna anzitutto scrivere la mossa. Ho notato che la maggior parte dei GM segue questo metodo. Solo pochi fanno il contrario. E si deve scrivere chiaramente, con bella scrittura.

Molti maestri, specialmente stranieri, fanno così: scritta la mossa, la coprono con la biro.

Ma purtroppo anche qui talvolta si trovano i cosiddetti “dritti” che scrivono la mossa e “non” la coprono in modo da invitare l’altro a leggerla.

Immaginate se questi si trova in costrizione di tempo (zeinot): ne fa tesoro e si prepara a ribatterla il più prontamente possibile. Ovviamente, l’avversario ne farà un’altra, che “non ha scritto”, prendendovi di sorpresa e fornendovi la possibilità di sbagliare!

Ma la partita a scacchi è una lotta e quello che conta nella lotta è la vittoria o, e può essere un tipo di vittoria anche questa, la patta allorché la posizione era per noi catastrofica.

A parte questi casi moralmente criticabili, ma legalmente (la legislazione scacchistica internazionale non li prevede!) non perseguibili, bisogna ripetere che la mossa va fatta sempre previa riflessione. Talvolta anche la mancanza di allenamento può essere causa di errori più o meno grossi.

I professionisti dicono che per mantenersi in buon esercizio è necessario giocare circa cento partite all’anno, il che dà – ma solo sotto l’aspetto statistico – all’incirca due partite a settimana.

Ma se questo va bene per un professionista – il cui lavoro è esclusivamente dedicato agli scacchi (tornei, allenatore di circolo, rubriche periodiche su giornali e riviste, ecc.) quale nostro maestro avrebbe tale possibilità, allorquando è quotidianamente occupato per il suo lavoro? Eppoi di scacchi non si vive, a meno che non si sia dei “fuori classe”! O, al limite, che non si abbiano delle attività supplementari.

(Il regolamento della FIDE si è aggiornato ed attualmente la mossa deve essere trascritta dopo la sua esecuzione. n.d.r.)

L’errore in agguato

Ad ogni piè sospinto c’è la possibilità di fare un brutto capitombolo sulla scacchiera. Mentre in apertura e nel finale – guidati da libri in proposito – riusciamo, sia pure con qualche barcollone, a non cadere nel fosso, dobbiamo ammettere che nel mediogioco le cose si presentano meno facili. E’ qui il regno delle decisioni giuste o sbagliate e dove, spesso psicologicamente giustificato, si presenta improvvisamente dinanzi ai nostri occhi, con aspetto grifagno, l’errore che deciderà della nostra sorte.

Psicologia dell’errore

Un calzolaio aveva la sua botteguccia in un interrato e siccome c’era da scendere alcuni scalini per arrivarci, aveva pensato che sarebbe stata ottima cosa avvertire di ciò i suoi clienti.

Mise perciò, vicino all’ingresso, un cartello su cui figurava un premuroso avvertimento:

“Attenti agli scalini”

Arrivò un signore poco dopo e finì dritto disteso, pancia a terra, nel bel mezzo del locale.

Il calzolaio, preoccupato esclamò:

  • “Non ha visto il cartello?”.

La risposta fu:

  • “Lo stavo appunto leggendo”.

 

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SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora

Articolo tratto da SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora – di Paolo Bagnoli, edito da Mursia.

SCACCHI

Che assortimento di tipi si incontrava alla Régence, nella seconda metà del “secolo dei lumi”!

Potevate incontravi Voltaire, Diderot, Rousseau, Robespierre, oppure, nei rari momenti di riposo, il primo console Bonaparte, che giocava volentieri a scacchi, ma odiava perdere, o Verdoni, l’italiano, che sistematicamente alleggeriva le tasche di chi osava sfidarlo, o, qualche anno dopo, quel bel tipo di Deschapelles, che giocava in modo fenomenale a biliardo, nonostante fosse privo della mano destra, appassionato di backgammon, whist, dama, scacchi.

(Verdoni era uno dei più forti giocatori europei dell’epoca. Frequentatore del Café de la Régence di Parigi, nel 1775 fu autore, assieme ai francesi Bernard, Carlier e Leger, del “Traité Théorique et Pratique du jeu des Echecs, par une Société des Amateurs”, noto comunemente come Traité des Amateurs. Dopo la pubblicazione del libro Verdoni si trasferì a Londra, dove divenne un giocatore professionista al Parsloe’s Coffee House di St. James Place, prendendo il posto di Philidor. A quanto scrive William Lewis, Philidor usava dire: “(Verdoni) c’est le premier joueur en Europe apres moi.” Löwenthal lo considerava il virtuale campione del mondo dal 1795, anno in cui morì Philidor, fino al 1804, anno in cui Verdoni morì a Londra.)

Negli anni immediatamente successivi alla restaurazione monarchica, Deschapelles suscitò l’ammirazione dei frequentatori della Régence con i suoi virtuosismi scacchistici, che non erano, però, simili a quelli di Philidor; il gioco di Deschapelles era brillante, temerario, approssimativo, ma piaceva, e, soprattutto, vinceva.

Alexandre Louis Honoré Lebreton Deschapellles era, quindi, un professionista del gioco, e visse di “poste” per diversi anni, fino a quando, nel 1821, non venne invitato ad un “torneo a tre” a Saint Cloud, al quale avrebbero partecipato, oltre a lui, l’inglese John Cochrane ed il francese Louis Charles Mahé de Labourdonnais, allievo di Deschapelles e già a quel tempo forte giocatore.

Deschapelles diceva: “Non mi interessa prendere, difendere, attaccare. Voglio dare scacco matto e basta”, mentre Labourdonnais aveva una visione più scentifica del gioco, anche se i concetti philidoriani presenti nel suo gioco venivano spesso stemperati o cancellati dal romanticismo incalzante. Cochrane era un giovane avvocato inglese, di famiglia aristocratica, che avrebbe poi trascorso buona parte della sua vita in India.

Vennero giocate moltissime partite, e Deschapelles si rivelò praticamente imbattibile nelle partite a vantaggio (che lui adoperava), cosicché la riunione terminò con una vittoria di Deschapelles, che poté intascare la posta in palio.

Ci rimane un documento, ed è una delle poche partite giocate “alla pari” tra Cochrane e Deschapelles, ed è il francese che perde.

Leggiamo quello che ha scritto Paolo Bagnoli sul libro “SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora” edito da MURSIA nel 1978

“Anche questa partita è piena di ingenuità, per il lettore d’oggi, eppure vi si trovano elementi caratteristici del periodo romantico, che ricorreranno nella letteratura scacchistica dell’Ottocento: la quasi totale mancanza di difesa, l’attacco a tutti i costi, il mito dell’arrocco come elemento indispensabile del gioco (e del vantaggio derivante dal far perdere all’avversario tale possibilità; in questa partita la perdita dell’arrocco da parte del nero non è stata determinante, mentre è stato determinante il tatticismo su di essa imperniato), la scarsa analisi in fase di finale.

Deschapelles abbandonò gli scacchi, forse perché timoroso di dover ammettere la superiorità del suo allievo Labourdonnais; riprese a giocare una quindicina d’anni dopo, con risultati complessivamente soddisfacenti, ma il suo caratteraccio rimase lo stesso; morì nel 1847, a 67 anni.

Scomparso Deschapelles, Labourdonnais ne ereditò le “funzioni”. Era costantemente presente alla Régence, e giocava con chiunque avesse un franco da mettere in palio. Veniva stipendiato dal circolo in qualità di segretario, e nel ’33 pubblicò un trattato sul gioco, che dedicò a Deschapelles. Il suo gioco era un misto di idee philidoriane e di irruenza romantica, e lo fece assurgere a traguardi notevoli; oltre ad essere considerato per anni ed anni il miglior giocatore di tutta la Francia, Labouronnais andò in Inghilterra, a sfidare il leone albionico nella sua tana. Presso il Westminster Club di Londra, infatti, giocava Alexander MacDonnell, irlandese d’origine, funzionario della Compagnia delle Indie Occidentali, che veniva considerato il miglior giocatore di Londra (e, quindi, dell’intera Inghilterra).

Fu un match faraonico (88 partite!) articolato in 6 fasi; il risultato finale fu favorevole al francese (+44 =14 -30).”

Che dire di questo libro. Ci affidiamo alla PREFAZIONE di Umberto Eco:

  • … solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.

Umberto Eco, Elogio di Franti.

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