Enrico Paoli – Consigli a bambini e per tutti

Enrico Paoli

Conobbi Enrico Paoli alcuni anni fa. Era avversario del Maestro Mario Voltolini. Nel Campionato Italiano a Squadre di Scacchi. Serie B o serie C.

Quando intravide una combinazione i suoi occhi sfolgorarono. Il Maestro riminese la vide a sua volta. I due concordarono la patta.

Ho riesumato un altro libro dal magazzino della Biblioteca Comunale di Cattolica.

GIOCARE BENE PER GIOCARE MEGLIO

Lezioni di pratica scacchistica

Di Enrico Paoli – Edizioni Mursia

Ci sono molti concetti interessanti. Assolutamente attuali. Ne riporto alcuni.

Non giocare meccanicamente

Uno dei difetti più gravi, che lentamente prende piede nello scacchista che ha studiato e praticato sovente alcune aperture, è di giocarle automaticamente, quasi mossa su mossa in risposta all’avversario.

Nella mia lunga pratica, ho incontrato molti grandi maestri: anche nelle mosse cosiddette forzate, cioà dove proprio non c’erano assolutamente altre risposte, lasciavano passare almeno un paio di secondi prima di muovere.

E’ una buona abitudine che può evitare parecchi guai. Naturalmente qui non si parla dello zeinot, ove la principale preoccupazione è quella di giungere alla mossa limite prima che la bandierina vi abbia decretato la sconfitta.

Mani in tasca!

Tarrash ripeteva:

Bisogna sedere sulle mani!

Io ho raccomandato molte volte a neofiti di tenere le mani in tasca. Talvolta bastano quei pochi secondi per tirarle fuori, prima di fare la mossa, per accorgersi che si sta per cadere in un trabocchetto o per commettere una sciocchezza e fermarsi a tempo.

Il GM Kotov raccomandava:

Quando il calcolo delle varianti è stato ultimato, bisogna anzitutto scrivere la mossa. Ho notato che la maggior parte dei GM segue questo metodo. Solo pochi fanno il contrario. E si deve scrivere chiaramente, con bella scrittura.

Molti maestri, specialmente stranieri, fanno così: scritta la mossa, la coprono con la biro.

Ma purtroppo anche qui talvolta si trovano i cosiddetti “dritti” che scrivono la mossa e “non” la coprono in modo da invitare l’altro a leggerla.

Immaginate se questi si trova in costrizione di tempo (zeinot): ne fa tesoro e si prepara a ribatterla il più prontamente possibile. Ovviamente, l’avversario ne farà un’altra, che “non ha scritto”, prendendovi di sorpresa e fornendovi la possibilità di sbagliare!

Ma la partita a scacchi è una lotta e quello che conta nella lotta è la vittoria o, e può essere un tipo di vittoria anche questa, la patta allorché la posizione era per noi catastrofica.

A parte questi casi moralmente criticabili, ma legalmente (la legislazione scacchistica internazionale non li prevede!) non perseguibili, bisogna ripetere che la mossa va fatta sempre previa riflessione. Talvolta anche la mancanza di allenamento può essere causa di errori più o meno grossi.

I professionisti dicono che per mantenersi in buon esercizio è necessario giocare circa cento partite all’anno, il che dà – ma solo sotto l’aspetto statistico – all’incirca due partite a settimana.

Ma se questo va bene per un professionista – il cui lavoro è esclusivamente dedicato agli scacchi (tornei, allenatore di circolo, rubriche periodiche su giornali e riviste, ecc.) quale nostro maestro avrebbe tale possibilità, allorquando è quotidianamente occupato per il suo lavoro? Eppoi di scacchi non si vive, a meno che non si sia dei “fuori classe”! O, al limite, che non si abbiano delle attività supplementari.

(Il regolamento della FIDE si è aggiornato ed attualmente la mossa deve essere trascritta dopo la sua esecuzione. n.d.r.)

L’errore in agguato

Ad ogni piè sospinto c’è la possibilità di fare un brutto capitombolo sulla scacchiera. Mentre in apertura e nel finale – guidati da libri in proposito – riusciamo, sia pure con qualche barcollone, a non cadere nel fosso, dobbiamo ammettere che nel mediogioco le cose si presentano meno facili. E’ qui il regno delle decisioni giuste o sbagliate e dove, spesso psicologicamente giustificato, si presenta improvvisamente dinanzi ai nostri occhi, con aspetto grifagno, l’errore che deciderà della nostra sorte.

Psicologia dell’errore

Un calzolaio aveva la sua botteguccia in un interrato e siccome c’era da scendere alcuni scalini per arrivarci, aveva pensato che sarebbe stata ottima cosa avvertire di ciò i suoi clienti.

Mise perciò, vicino all’ingresso, un cartello su cui figurava un premuroso avvertimento:

“Attenti agli scalini”

Arrivò un signore poco dopo e finì dritto disteso, pancia a terra, nel bel mezzo del locale.

Il calzolaio, preoccupato esclamò:

  • “Non ha visto il cartello?”.

La risposta fu:

  • “Lo stavo appunto leggendo”.

 

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SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora

Articolo tratto da SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora – di Paolo Bagnoli, edito da Mursia.

SCACCHI

Che assortimento di tipi si incontrava alla Régence, nella seconda metà del “secolo dei lumi”!

Potevate incontravi Voltaire, Diderot, Rousseau, Robespierre, oppure, nei rari momenti di riposo, il primo console Bonaparte, che giocava volentieri a scacchi, ma odiava perdere, o Verdoni, l’italiano, che sistematicamente alleggeriva le tasche di chi osava sfidarlo, o, qualche anno dopo, quel bel tipo di Deschapelles, che giocava in modo fenomenale a biliardo, nonostante fosse privo della mano destra, appassionato di backgammon, whist, dama, scacchi.

(Verdoni era uno dei più forti giocatori europei dell’epoca. Frequentatore del Café de la Régence di Parigi, nel 1775 fu autore, assieme ai francesi Bernard, Carlier e Leger, del “Traité Théorique et Pratique du jeu des Echecs, par une Société des Amateurs”, noto comunemente come Traité des Amateurs. Dopo la pubblicazione del libro Verdoni si trasferì a Londra, dove divenne un giocatore professionista al Parsloe’s Coffee House di St. James Place, prendendo il posto di Philidor. A quanto scrive William Lewis, Philidor usava dire: “(Verdoni) c’est le premier joueur en Europe apres moi.” Löwenthal lo considerava il virtuale campione del mondo dal 1795, anno in cui morì Philidor, fino al 1804, anno in cui Verdoni morì a Londra.)

Negli anni immediatamente successivi alla restaurazione monarchica, Deschapelles suscitò l’ammirazione dei frequentatori della Régence con i suoi virtuosismi scacchistici, che non erano, però, simili a quelli di Philidor; il gioco di Deschapelles era brillante, temerario, approssimativo, ma piaceva, e, soprattutto, vinceva.

Alexandre Louis Honoré Lebreton Deschapellles era, quindi, un professionista del gioco, e visse di “poste” per diversi anni, fino a quando, nel 1821, non venne invitato ad un “torneo a tre” a Saint Cloud, al quale avrebbero partecipato, oltre a lui, l’inglese John Cochrane ed il francese Louis Charles Mahé de Labourdonnais, allievo di Deschapelles e già a quel tempo forte giocatore.

Deschapelles diceva: “Non mi interessa prendere, difendere, attaccare. Voglio dare scacco matto e basta”, mentre Labourdonnais aveva una visione più scentifica del gioco, anche se i concetti philidoriani presenti nel suo gioco venivano spesso stemperati o cancellati dal romanticismo incalzante. Cochrane era un giovane avvocato inglese, di famiglia aristocratica, che avrebbe poi trascorso buona parte della sua vita in India.

Vennero giocate moltissime partite, e Deschapelles si rivelò praticamente imbattibile nelle partite a vantaggio (che lui adoperava), cosicché la riunione terminò con una vittoria di Deschapelles, che poté intascare la posta in palio.

Ci rimane un documento, ed è una delle poche partite giocate “alla pari” tra Cochrane e Deschapelles, ed è il francese che perde.

Leggiamo quello che ha scritto Paolo Bagnoli sul libro “SCACCHI – Storia, controstoria e altre cose ancora” edito da MURSIA nel 1978

“Anche questa partita è piena di ingenuità, per il lettore d’oggi, eppure vi si trovano elementi caratteristici del periodo romantico, che ricorreranno nella letteratura scacchistica dell’Ottocento: la quasi totale mancanza di difesa, l’attacco a tutti i costi, il mito dell’arrocco come elemento indispensabile del gioco (e del vantaggio derivante dal far perdere all’avversario tale possibilità; in questa partita la perdita dell’arrocco da parte del nero non è stata determinante, mentre è stato determinante il tatticismo su di essa imperniato), la scarsa analisi in fase di finale.

Deschapelles abbandonò gli scacchi, forse perché timoroso di dover ammettere la superiorità del suo allievo Labourdonnais; riprese a giocare una quindicina d’anni dopo, con risultati complessivamente soddisfacenti, ma il suo caratteraccio rimase lo stesso; morì nel 1847, a 67 anni.

Scomparso Deschapelles, Labourdonnais ne ereditò le “funzioni”. Era costantemente presente alla Régence, e giocava con chiunque avesse un franco da mettere in palio. Veniva stipendiato dal circolo in qualità di segretario, e nel ’33 pubblicò un trattato sul gioco, che dedicò a Deschapelles. Il suo gioco era un misto di idee philidoriane e di irruenza romantica, e lo fece assurgere a traguardi notevoli; oltre ad essere considerato per anni ed anni il miglior giocatore di tutta la Francia, Labouronnais andò in Inghilterra, a sfidare il leone albionico nella sua tana. Presso il Westminster Club di Londra, infatti, giocava Alexander MacDonnell, irlandese d’origine, funzionario della Compagnia delle Indie Occidentali, che veniva considerato il miglior giocatore di Londra (e, quindi, dell’intera Inghilterra).

Fu un match faraonico (88 partite!) articolato in 6 fasi; il risultato finale fu favorevole al francese (+44 =14 -30).”

Che dire di questo libro. Ci affidiamo alla PREFAZIONE di Umberto Eco:

  • … solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.

Umberto Eco, Elogio di Franti.

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